Navigium Isidis
Navigium Isidis
5 marzo 2021
Il Navigio di Iside viene celebrato il 5 di marzo anche se nei tempi antichi, con il calendario lunare, probabilmente era usanza festeggiarlo con il plenilunio dopo l'equinozio di primavera, quando si riapriva la stagione della navigazione, interrotta fin poco prima, nei mesi invernali in cui era pericoloso viaggiare via mare.
Si tratta di una celebrazione molto festosa e colorata , una delle più importanti dedicata alla Dea Iside, dove si preparano delle offerte poste in un apposita barca a lei consacrata, la quale poi, viene mandata alla deriva in mare.
La celebrazione ricorda un pò quella che siamo soliti celebrare qui in paese a maggio, alla fine del mese della Madonna, dove ci si veste di bianco e si cammina per le strade spargendo ovunque petali di rosa, mentre alla fine del corteo una banda di musicisti suona. Si apriva così la festa del Navigio di Iside: : donne in veste bianca, col capo ornato di ghirlande primaverili, lanciavano fiori per cospargere la strada dove passava il corteo; le stoliste o ornatrici, agitando pettini e arnesi da toilette, fingevano di adornare e pettinare la capigliatura della dea; altre donne cospargevano l’aria di deliziosi profumi e unguenti.
Venivano poi i dadofori, che portavano in mano lucerne, fiaccole e ceri, e i suonatori di flauto, che diffondevano nell’aria una soave melodia. Seguivano quindi gli imnodi, un coro di giovani in tunica bianca che intonavano un inno al ritmo della musica.
A quel punto, accompagnata dal tintinnio di sistri d’oro e d’argento, entrava in scena la folla degli iniziati ai sacri Misteri di Iside, avvolti in candide vesti di lino, le donne coi capelli profumati coperti da veli trasparenti e gli uomini con la testa rasata. Insieme ad essi avanzavano maestosi sei sacerdoti del culto, fasciati dal petto ai piedi da una tunica di lino, che recavano in mano gli attributi della dea: una lucerna a forma di barchetta, un piccolo altare chiamato “ausilio”, un ramo di palma dalle foglie dorate, il caduceo, uno scettro a foggia di mano aperta, un vasetto d’oro a forma di mammella, un setaccio d’oro pieno di rametti di alloro e un’anfora.
Dopo i sacerdoti, venivano gli dei a figura di animale, portati sulle spalle dai pastofori: Anubi dalla testa di sciacallo e Hathor in forma di vacca. Per ultima Iside, rappresentata da una piccola urna d’oro ornata da un serpente ureo, che conteneva l’acqua del Nilo.

La processione si arrestava in riva al mare, dove gli oggetti sacri venivano disposti sugli altari. Sulla spiaggia li attendeva la nave di Iside, costruita a regola d’arte appositamente per il rito e decorata sulle fiancate con magnifiche pitture egizie. Il sommo sacerdote, dopo aver recitato le preghiere più solenni, celebrava il rito della purificazione con una fiaccola ardente, un uovo e dello zolfo e, all’atto della consacrazione, poneva la nave sotto la protezione della dea.
La candida vela della nave, issata sull’albero, recava impresse delle lettere ricamate in oro che esprimevano un voto di augurio per la prospera ripresa della navigazione e dei traffici marittimi. La poppa della nave finiva in un ricurvo collo di cigno ed era rivestita di lamine d’oro e la carena, costruita in legno di cedro, emetteva luminosi riflessi. Allora i fedeli e coloro che assistevano al rito deponevano nella nave setacci colmi di spezie e altre offerte del genere, e versavano sulle acque del mare, come libagione, una crema fatta con latte. Infine, la nave piena di doni e di offerte votive veniva calata in mare e liberata dalle gomene. Sospinta dai venti, la nave di Iside si allontanava alla deriva, seguita dagli sguardi dei fedeli. Quando la nave scompariva oltre l’orizzonte, i sacerdoti denominati Pastofori riprendevano le immagini divine e gli arredi sacri e, in processione, tornavano al tempio.
Qui, il sacerdote chiamato Scriba o Grammateus, dall’alto di una tribuna, leggeva un testo che conteneva una formula di augurio e prosperità per l’imperatore, il Senato, l’ordine equestre e il popolo romano, e anche per i marinai e le navi che solcavano i mari entro i confini dell’impero; infine, proclamava l’apertura della stagione della navigazione. In quel momento, tra le grida di giubilo della folla, portando in mano germogli, ramoscelli e ghirlande di fiori, tutti si chinavano a baciare i piedi della statua della dea, che era stata collocata sulla gradinata del tempio, e poi facevano ritorno alle loro case.
La Barca di Iside veniva chiamata anche carro navale (carrus navalis) e, queste lunghe processioni con persone in maschera, probabilmente hanno ispirato la nascita odierna del carnevale. E’ possibile forse che Carnevale venga proprio da carrus navalis?
A voi la risposta.
NOTE
¹ Apuleio (Metamorfosi, 11, 8-17)

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